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Pagliacci, opera tratta da un fatto ‘vero’, e scritta ‘con vere lacrime’

Il verismo di Pagliacci e il legame con Cavalleria Rusticana

Pagliacci è un’opera strettamente legata a Cavalleria Rusticana, tanto che ben presto si stabilì l’usanza di rappresentarle insieme, nella stessa sera, prima Cavalleria e poi Pagliacci. Sono in effetti tutte e due opere di breve durata e perciò possono essere fruite in questo modo; ma sono connesse anche livello tematico e stilistico perché appartengono al filone dell’Opera cosiddetta ‘verista‘ che si andò affermando verso la fine dell’Ottocento, ispirata dal verismo letterario di Verga, Capuana, ecc.

Il verismo promuove il ‘vero’: i protagonisti sono personaggi umili, di bassa estrazione sociale, oppressi; nelle loro storie sono colti nel vivo realismo del loro agire e della loro vita quotidiana.
Fu proprio Mascagni che dal 1890, l’anno di Cavalleria Rusticana, fece da apripista a questa nuova corrente nell’Opera; e spesso si parla proprio di genere ‘rusticano’ per tutte le opere che presentano caratteristiche simili a questo modello, ovvero: 

  • incentrate su un dramma passionale, scatenato da gelosia e vendetta; 
  • la narrazione è essenziale e procede in modo verosimile, rapido e chiaro; 
  • finiscono con un omicidio.

Cavalleria rusticana segnò anche l’inizio di quella che viene chiamata la ‘Giovane Scuola’, ovvero una generazione di autori nuovi che di distinguevano dalla precedente tradizione operistica di matrice verdiana.

Anche Leoncavallo è tra questi autori, e Pagliacci è il suo capolavoro; egli lo compose proprio sulla scia del grande successo di Cavalleria rusticana. Leoncavallo, autore sia della musica che delle parole, lo portò a termine in soli 5 mesi; per l’argomento trasse ispirazione da un fatto di cronaca realmente accaduto a Montalto Uffugo, paese in cui visse per alcuni anni da bambino, quando suo padre Vincenzo si trasferì lì con la famiglia per svolgere l’incarico di magistrato.

Il fatto di cronaca

Leoncavallo afferma di essere stato testimone in prima persona del delitto che si svolse il 5 marzo 1865, quando lui aveva 15 anni; ricorda che quella sera era andato a teatro con il suo tutore Gaetano Scavello; all’uscita dal teatro, il tutore fu accoltellato da un uomo vestito da pagliaccio; il movente del delitto era passionale; in effetti il clown poco prima aveva ucciso anche la moglie in un accesso di gelosia; avendo poi trovato tra i vestiti di lei un biglietto con il nome di Gaetano Scavello, colpì anche lui, ritenendolo l’amante della moglie. Scavello morì poche ore dopo ma fece in tempo a fare il nome dell’assassino: si chiamava Luigi d’Alessandro. Egli fu condannato, insieme al fratello Giovanni che lo aveva aiutato nel delitto, proprio dal padre di Ruggero, Vincenzo Leoncavallo

In realtà, esaminando gli atti del processo, alcuni dettagli non coincidono perfettamente: risulta sì l’omicidio di Scavello per gelosia, ma non quello di una donna, né si fa cenno ad uno spettacolo teatrale.

È quindi probabile che i ricordi di quell’episodio non siano proprio esatti; potrebbero essersi intrecciati con quelli di qualche pièce teatrale che Leoncavallo deve aver visto durante il suo soggiorno a Parigi; in effetti recentemente è emersa la somiglianza di Pagliacci con Tabarin (Parigi 1885), un’opera in due atti di Emile Pessard basata su una precedente commedia di Paul Ferrier; ritroviamo qui la struttura metateatrale, il protagonista tormentato dalla gelosia e l’omicidio finale. 

La prima

Leoncavallo presentò il libretto di Pagliacci a Ricordi, che però non ne fu convinto; lo propose allora a Edoardo Sonzogno, lo stesso editore che bandì il concorso a cui partecipò Mascagni con Cavalleria Rusticana, ed egli lo accettò volentieri.
L’opera s’intitolava originariamente Pagliaccio, ma il baritono francese Victor Maurel, che aiutò Leoncavallo ad organizzare la prima rappresentazione, non voleva che il suo ruolo (Tonio) passasse in secondo piano in favore di quello del tenore (Canio); Leoncavallo aggiunse per lui l’aria del Prologo da cantare all’inizio, e acconsentì a mutare il titolo in Pagliacci, al plurale.
La prima di Pagliacci si tenne il 21 maggio 1892 nel Teatro Dal Verme di Milano, diretta da Arturo Toscanini, allora ancora giovane e poco conosciuto. Fu subito bene accolta dal pubblico, molto colpito dal dramma rappresentato e dalla bellezza della musica; chiese anche il bis delle arie più belle.

ruggero leoncavallo e intepreti dell'opera pagliacci

Quando nel 1894 l’opera fu tradotta in francese, il poeta parnassiano Catulle Mendès accusò Leoncavallo di plagio, poiché riteneva che la trama ricalcasse quella della sua opera La Femme de Tabarin, del 1887 (anche lì il protagonista sgozza la moglie durante una recita, in un accesso di gelosia); Leoncavallo si difese sostenendo che la trama era ispirata al fatto di cronaca di cui era stato testimone da bambino e rilevò che anche l’opera di Mendès era passibile di plagio, poiché assomigliava ad altre precedenti, come Un drama nuevo di Manuel Tamayo y Baus; Mendès ritirò allora l’accusa.

Personaggi

  • CANIO: è il protagonista, e anche il capocomico della compagnia teatrale; lui è il personaggio a cui viene data più attenzione psicologica, ed è anche quello che più cambia, che più si trasforma; la scoperta del tradimento di Nedda lo fa mutare profondamente, non più più né vivere né recitare come prima. 
  • TONIO: Tonio ha una deformità fisica: è preso in giro e considerato sciocco; tuttavia prova dei veri sentimenti per Nedda. Ha un ruolo un po’ da ‘regista’; nel Prologo lui si fa portavoce della visione dell’autore, Leoncavallo, relativamente al soggetto dell’opera; poi è lui con la sua gelosia che fa da motore all’azione, che fa precipitare gli eventi; usa Canio per punire Nedda di averlo respinto e di avergli preferito un altro uomo; non lo fa personalmente, sta dietro le quinte a guardare; e anche quando potrebbe intervenire per frenare la violenza di Canio, non fa nulla, perché ha piacere di veder compiuta la sua vendetta. Alla fine la battuta ‘la commedia è finita!’ era stata concepita per lui, riconoscendogli proprio un ruolo quasi da ‘regista’; abbiamo visto ciò che lui ha voluto mettere in scena.
  • NEDDA: è una donna che sente il peso di un legame che non ha scelto; ha sposato Canio più per gratitudine che per amore, ma ora che ha conosciuto il vero amore, Silvio, desidera fuggire con lui, sentirsi libera di amarlo. Si mostra molto decisa a non rivelare il nome del suo amante a Canio; non lo vuole esporre al pericolo e, dimostrando molto coraggio e forza di carattere, affronta le estreme conseguenze di questo suo rifiuto, immolandosi per amore; ciò la rende simile a Carmen. 
  • SILVIO: è l’amante di Nedda e insiste affinché lei fugga con lui; lei inizialmente non è convinta, ma lui la rimprovera di non amarlo abbastanza; allora lei acconsente.
  • PEPPE:  è un personaggio positivo, che cerca di appianare i conflitti degli altri personaggi. Nel finale, quando vede che la situazione volge al peggio, è un po’ l’alter ego di Tonio, la voce della sua coscienza: lo vorrebbe spingere a fare il bene, ma Tonio non lo ascolta.

Canto

Il canto dei Pagliacci aderisce ai ‘canoni’ dell’opera verista, in quanto presenta spesso un andamento parlato o quasi parlato. A volte imita i toni di un discorso concitato; altre viene spinto fin quasi a sfociare nel grido; spesso viene come spezzato da risa forzate, esclamazioni di gioia, sollievo, dolore, paura, ecc, con un effetto molto spontaneo e realistico. Nei momenti più drammatici, il canto si interrompe, e le pause di silenzio creano tensione e danno una forte carica espressiva. Quando Canio arriva all’omicidio di Silvio, pronuncia le parole ‘Ah sei tu? Ben venga’ senza neanche la musica. Questi espedienti sono tutti volti a dare più espressività, realismo e pathos.

Un grande successo

Concludiamo questo articolo con un’altra curiosa similitudine che lega i Pagliacci di Leoncavallo a Cavalleria Rusticana; anche Leoncavallo tentò, come del resto fece Mascagni, di bissare il successo dell’opera che gli dette tanta popolarità, ma, pur avendo composto ancora molte altre opere, non ci riuscì.
Non dev’esserci motivo di grande rimpianto, visto che Pagliacci godette sin da subito di grande consenso e non ha mai smesso di far parte del grande repertorio lirico.
La sua aria più celebre, Vesti la giubba, registrata da Enrico Caruso, fu il primo disco al mondo a toccare il milione di copie vendute. È conosciuta in tutto il mondo, anche perché ripresa varie volte in moltissimi film e serie tv di tutti i tipi.
Lunga vita a Pagliacci

FONTI:

Per saperne di più su Pagliacci:

Pagliacci, scheda dell’opera: personaggi, libretto, trama, tutte le più belle arie, mp3 da scaricare, e tanto altro.

Immagine: Dalla pagina Facebook del Museo Ruggero Leoncavallo

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